Abbecedario di provincia: lettera E

Abbecedario di provincia: lettera E

Ed è bello vedere insieme a te Gerry Scotti commuoversi soltanto perché uno azzecca un paio di note ed io vorrei stare lì per dirgli che a me, invece, ha emozionato una giornata di maggio talmente bella che un uomo ammise di aver sbagliato. Lì tremai perché c’eri tu ad origliare le mie cose che non avevo mai rivelato a nessuno e non fingesti un mal di pancia né un’insensata voglia di spararti in fronte. Sorridevi, lacrimavi (poteva trattarsi anche di allergia) e mi baciavi ed il sapore era buono nonostante io avessi dimenticato di lavare i denti perché sono un coglione.

Anche qualche mese fa, mi riscoprii emozionato. In tivvù davano “The O.C” e per un attimo c’ero io tipo dodicenne accanto ad un vecchio amico a progettare una vita così, magari a partire da Summer. Le cose, e lo potete capire da voi visto che sto scrivendo su questo blog di merda, hanno preso un’altra direzione ma comunque che emozione le speranze in cui crediamo da giovani e le patatine sul divano e tutte quelle cose che sono state e che per fortuna non possiamo più rovinare.

Ed ora che con l’aria assonnata vago senza meta in questa casa vuota, sento un dolce bruciore in mezzo alle pupille e credo di conoscerne il motivo. Affacciato alla finestra intravedo un bellissimo gol realizzato da un bambino che, non so perché, indossa la maglia di Recoba, quella del Venezia in serie A nel ’99. Eh sì, il sinistro del “cileno” era tanta roba, era tanta emozione, un colpo di bellezza sferrato in pieno stomaco a me sul divano con mio padre a richiedere l’esonero del mister dopo manco cinque minuti di partita.

Mi asciugo le lacrime ripensando alla serie A che fu e mi emoziono per l’ultima volta, almeno per oggi. C’è il mio cane che senza motivo mi viene incontro scodinzolando. È felice soltanto perché mi ha visto e ‘sto fatto mi emoziona sempre.

 

Il calcio italiano è una noia mortale

Il calcio italiano è una noia mortale

 

Si, il titolo è provocatorio. Ma ormai qui è questione di culto. Sarrismo, cortomusismo, guardiolismo…gli ultimi campionati (noiosissimi in quanto a suspance e competizione) hanno quantomeno contribuito ad aprire un vero e proprio dibattito nell’ambiente.

Meglio il gioco o il risultato? La concretezza arida o l’appassionata poesia del rischio di veder dominata una partita, seppur uscendo sconfitti? È meglio arrivare secondi dando spettacolo con la bellezza di 91 punti totalizzati, oppure arrivare con metodica tristezza a 92 per prendere tutta la posta in palio?

La conferenza stampa di Allegri, ormai divenuta riferimento di culto, ha fatto scuola ed ha tracciato, col pragmatismo toscano che contraddistingue il tecnico, una strada ed un estemporaneo manifesto: corto muso vince, secondo perde. Facile. Come nelle corse dei cavalli. Una visione tanto piatta della realtà del calcio quanto funzionale alla nostra mentalità.

Proprio questa, infatti, è la chiave risolutiva: la filosofia calcistica del nostro Paese è stata sempre fortemente inclinata verso una interpretazione pragmatica del gioco, il rischio è sempre stato visto con un certo carico di paura, in un ambiente pronto a processare chiunque osi fallire. Allegri lo sa, lo ha sempre saputo. Sembra quasi che la serie A odierna sia il suo habitat naturale, capace di esaltare le sue qualità e la sua visione: il bel gioco non serve a nulla se non è accompagnato dal risultato finale (che per la verità ultimamente…latita!).

È uno slogan funzionale, che parla alla pancia, capace di convincere i più scettici proponendo all’orizzonte la gioia più ambita: la vittoria. Eppure da un punto di vista più ampio (che non sia solo quello del fruitore finale dello show o del tifoso sfegatato), i dati dimostrano chiaramente che il calcio italiano, nonostante la piacevolissima notte di Wembley, sta perdendo pericolosamente appeal.

I risultati europei purtroppo lo dimostrano e le parole pronunciate da Adani pochi giorni fa ci rispediscono dritti dritti a contatto con la realtà dei fatti: guardare Inter-Juve per chi è abituato ai ritmi e all’attitudine di una Man United-Liverpool risulta un’impresa per cuori forti. I ritmi compassati, l’esasperazione tattica, la paura di perdere, il difensivismo ad oltranza… ciò che venti anni fa sembrava essere una sfida allettante oggi si è trasformato in un grande disincentivo capace, molto probabilmente, di allontanare spettatori, quindi soldi, quindi nuovi campioni.

Lo “scenario” non aiuta: gli impianti sono fatiscenti e desueti, le misure anti-Covid hanno minato fortemente la fruizione dal vivo. Diciamo che il “corto muso” di Allegri fa vincere gli scudetti ed ottenere risultati, ma sul lungo periodo l’applicazione pedissequa di un pragmatismo poco coraggioso porta inevitabilmente a ingessare l’ambiente, rendendolo brutto, tignoso, poco spettacolare.

Si, ma…”i campioni d’Europa siamo noi” direte voi. Guai però a confondere l’estemporanea vittoria di un collettivo affiatato e compatto con lo stato di salute generale del nostro movimento calcistico e della nostra massima serie, peraltro sempre più infarcita di stranieri dalla dubbia qualità.

Personalmente credo che la vittoria sia sempre piacevole, ma il perseguimento della stessa non può intaccare ed ingessare l’ambiente dietro una coltre di difensivismo ad oltranza. Del resto, la notte di Wembley non può cancellare un dato: l’ultima Champions italiana è targata 2010, l’Europa League non è stata mai vinta. Provate voi a resistere all’appeal di un Udinese-Torino giocata di lunedì sera!

Cosa ci rimane? Bilancio di una folle estate calcistica

Cosa ci rimane? Bilancio di una folle estate calcistica

Settembre incalza, la sbornia dell’Europeo è un lontano ricordo, la nuova normalità calcistica ci ripropone pensieri rituali che ormai fanno parte della consuetudine di ogni appassionato.

Le ultime amichevoli pre-campionato ci hanno già fatto assaporare qualcosa, la Serie A è già iniziata, la Nazionale è tornata con i piedi per terra dopo una fantastica sbornia di emozioni sbattendo contro la cortina di ferro bulgara sapientemente srotolata in quel di Firenze.

Il valzer degli allenatori si è reso protagonista in un campionato italiano alle prese con tempi di ristrettezze economiche, l’Inter si ridimensiona, il Milan perde – a zero- dei pezzi pregiati, la Juve, attendista, preferisce non strafare puntando sull’usato garantito di Max Allegri, Roma e Lazio sull’estro e la verve di due guru come Mourinho e Sarri.

La sessione di mercato è fortunatamente finita. La premiata ditta Cash&Goals rappresentata dal marchio #CR7 sbaracca dall’Italia delocalizzando in porti già noti e più graditi. Ho la sensazione che un “Grazzie” finale non basterà a spazzare via quella che per me è, ormai, una certezza: la Juventus ha perso parecchio sia in termini economici che d’immagine, come del resto tutta la nostra Serie A, azzoppata dalle partenze di Donnarumma, Lukaku, De Paul, Hakimi e, molto probabilmente…Frank Kessie, pronto a cedere alle soavi sirene provenienti da Liverpool, sponda Reds.

Assistiamo al ritorno dell’eterna promessa Pellegri, al nobile e poetico calcio di provincia dell’Empoli, all’avventura romantica di un Franck Ribery prossimo sposo di una Salernitana che non vuole arrendersi alla prospettiva di retrocedere senza aver lasciato il segno. E poi il Psg degli emiri, una squadra ad uso e consumo dei ragazzini che giocano ad Ultimate Team. Donnarumma, Messi, Ramos…per fortuna il calcio è uno sport che va sempre giocato sul campo. Per la serie…ci vediamo a maggio.

Bandiere non ne esistono più, così come è sparita la riconoscenza e la professionalità. I prezzi delle curve rasentano ormai il vertiginoso, allo stadio si accede solo grazie ad una tessera verde, risibile almeno quanto la vecchia “tessera del tifoso” (a proposito…ve la ricordate?). Cosa ci rimane? Un’asta fantacalcistica da svolgere tra mille incognite, sono già due settimane che non trovo pace non sapendo chi sia il secondo portiere del Bologna, né se Agudelo esploderà come merita (giudizio strettamente personale). Ibrahimovic lo prendo o non lo prendo? Fatemi sapere…

Poi, le nuove bellissime maglie dell’Avellino, che ricalcano il modello Ajax degli anni 70, rimasti nella storia della provincia per l’approdo in Serie A, speriamo portino fortuna in una città sempre più irriconoscibile e disamorata da ogni punto di vista. E poi…la storia fantasmagorica di Messias Junior, dai campionati dilettantistici alla ribalta di San Siro in pochi anni. Un barlume di normalità in un mondo sempre più tristemente patinato e scontato nei suoi contenuti.

Ci rimane poco. I tempi sono quelli che sono. Ma ho come la sensazione che, come ogni anno sempre più ciecamente innamorati, questo poco ce lo faremo bastare. Bentornato campionato.

Le barriere invisibili delle nostre città

Le barriere invisibili delle nostre città

Esistono diverse città e poco importa se il nome è sempre lo stesso, conta poco anche il fatto che le strade siano sempre quelle e che saremmo capaci di attraversarle ad occhi chiusi senza avere particolari problemi.

Ciò che conta è che esistono differenti città per quanti sono coloro che la vivono quotidianamente. Esistono diverse città anche per i differenti momenti della giornata.

Questo articolo intende partire proprio da questa consapevolezza.

Spesso per necessità o per diletto ci ritroviamo a percorrere molte volte, anche nell’arco dello stesso giorno, le strade delle nostre città. Una pratica non certo inusuale e ai più noiosa, ma che nasconde in sé delle particolari e inaspettate chiavi di lettura.

Infatti, molto spesso nell’arco della giornata possiamo scorgere delle piccole o impercettibili trasformazioni che col passare del tempo divengono sempre più evidenti.

Un esempio su tutti può essere importante. Esiste una strada ad Atripalda che costeggia il fiume e che spesso diviene ritrovo, soprattutto nei mesi caldi, di appassionati della corsa podistica o di persone semplicemente interessate a svolgere qualche oretta di attività motoria libere da qualsiasi costrizione fisica.

Il percorso che è lungo poco più di chilometro lambisce due quartieri popolari cittadini che dimostrano perfettamente quanto ho precedentemente descritto.

Le stesse strade e gli stessi spazi subiscono una trasformazione radicale nel corso di ventiquattro ore. Durante le ore di luce si ritrova ad essere un luogo frequentato da decine di persone che svolgono le attività motorie lungo i bordi della strada. Mentre nelle ore serali si trasforma, immancabilmente, in luogo desolato.

L’abbandono delle strade da parte di coloro che si sono impegnati nelle attività motorie e sportive coincide con l’esaltazione delle criticità che il quartiere vive. Infatti, la scarsa illuminazione e una vegetazione invasiva costringono in molti ad interrompere la propria attività.

Ma se per chi si impegna in queste pratiche la soluzione è semplicemente quella di andarsene, tutt’altra situazione è per gli abitanti della zona che vedono limitata o, in alcuni casi, esclusa la possibilità di raggiungere il centro o le altre zone della città senza correre qualche rischio (le strade sono abbastanza larghe il che permette uno scorrimento veloce della viabilità).

Come ho già detto in precedenza le nostre strade spesso diventano luoghi di stratificazioni e di disuguaglianze, ma quello che emerge da questa piccolissima riflessione è la capacità che la città ha di creare frontiere e barriere.

Barriere che solitamente tendiamo ad identificare come visibili ed immobili, che ci condizionano con la loro azione chiara ed immutabile, sia di giorno che di notte. Queste, però, rappresentano solo una piccola parte. Molte altre, come quella appena descritta, sono indefinite e scarsamente visibili se non le si vive nell’intera quotidianità.

In conclusione, il compito a casa di questa settimana è proprio quello di porre maggiore attenzione alla presenza di queste e lavorare affinché queste vengano definitivamente abbattute.