La stanchezza di farmi piacere tutti e tutto

La stanchezza di farmi piacere tutti e tutto

Io sono stanco del mal di testa che mi accompagna da sempre. E di te che mi parli di cose che non comprendo, di riferimenti storici e citazioni del cazzo che a me, francamente, non interessano. Io sto bene in mezzo a chi è sboccato, a chi mi guarda e fischietta una canzone che fa “lalala” e scoppiamo a ridere, un po’ ubriachi, un po’ vivi. Se c’è una cosa che ho capito nel 2021 è proprio questa: a differenza di quanto pensassi a me non interessano le rivoluzioni, il precariato e la lotta; a me fa venire i brividi lui con la maglia sporca che mi racconta una barzelletta stupida e poi, all’improvviso, abbassa gli occhi e mi confida che sì, che il tramonto a volte trasmette tristezza perché è soltanto una tappa di avvicinamento alla morte. Mi sono reso conto, quindi, che ho un disperato bisogno di persone immediate perché a furia di leggere i sottotitoli sono diventato cieco.

Io sono stanco di chi, con le braccia conserte, mi dice che tutto è uno schifo. Io, che nel 2021 ho rivoltato la mia vita come fosse un calzino, la pensavo così ed invece ora sul telefono mi è arrivata un’email che attendevo da una vita. Si tratta di mettersi in gioco, di chiudere a volte il mondo fuori dalla porta e credere stupidamente che puoi farcela. Ho letto da una parte che siamo fortissimi visto che tra milioni di gocce di sperma l’abbiamo spuntata noi e quindi io da adesso ci credo.

Io sono stanco di esperti improvvisati. Se quel tale, a differenza tua, ha studiato per anni non è perché è meno furbo di te. Smettiamola di intrometterci nei campi altrui, e quindi mamma perdonami se non ti aiuto con le faccende domestiche, ma sei te la Burioni della lavatrice ed io non ho le competenze necessarie per contraddirti o per collaborare con te. Quindi Mario da Avellino – laureato presso la strada – mi rivolgo a te: non sfracassarmi i coglioni sul vaccino. Al massimo, contattata un medico e chiedi maggiori spiegazioni. Oppure, e sarebbe meglio, commenta con AHAHAHAHAHAHAHAH i video di Pio e Amedeo.

Infine, nell’anno appena trascorso, mi sono scoperto stanco di apparire per quello che non ero. Io sono Antonio, mi piace ridere, odio chi mi tartassa di messaggi, mi piace quando lei si rivela più intelligente di me ed io sento maggiore fiducia nel genere umano, odio chi mi svela un segreto e mi raccomanda di non dirlo a nessuno e mi piace chi mi vuole bene.

Abbecedario di provincia: lettera I

Abbecedario di provincia: lettera I

Mercoledì ho festeggiato 29 anni di convivenza con me stesso. Non abbiamo atteso la mezzanotte perché quella magia è svanita da un pezzo. Però, di mattina, mano nella mano, siamo andati a salutare il “vecchissimo Peugeot” – come canta Pezzali – con cui stiamo affrontando questo viaggio che innumerevoli post facebook definiscono “vita”.

Rischiando di inciampare in buste di patatine e mozziconi di sigaretta spenti male, ci siamo accomodati. Io al posto del guidatore, con i miei occhiali sporchi e sempre meno capelli in testa; lui accanto, acciaccato e piuttosto malinconico. Dopo neanche un secondo, siamo scoppiati a ridere felici. Senza un motivo in particolare, o forse sì: quello di essere sopravvissuti a piccole e grandi tragedie che accadono sempre quando non si è pronti. In fondo non si può essere pronti, ad esempio, a salutare la propria sorella e rivederla – se abbiamo azzeccato religione – quando non potremo rinunciare ad assistere ad un funerale.

Una risata liberatoria anche per aver realizzato che ad un certo punto nell’autostrada dei giorni qualcuno andrà sempre più veloce del nostro Peugeot ed è inutile forzare il motore e rischiare di restare a piedi. Un giorno decidemmo di comune accordo di massimizzare (e non di accontentarci) le nostre prestazioni e goderci ogni istante, incluso quello in cui un sogno si spezza. Perché è inutile girarci intorno: ho fallito già tante volte, però qualche successo l’ho conquistato “anche arrancando come quel vecchissimo Peugeot”. Il ticchettio della tastiera che mi rimette in pari con il mondo; lei che chiude gli occhi e si fida di me nonostante non sia in grado neanche di prenotare al ristorante; la fiducia dei miei, conquistata tra delusioni e sudore; gli amici ed il lavoro dei miei sogni a cui voglio sempre più bene.

Ora siamo qui – io ed io (la parola della settimana) – e di fronte a noi abbiamo l’ennesima salita da affrontare. Il timore di non farcela è forte, sta qui, però non ci frena come accadeva prima. Siamo consapevoli che qualche inconveniente si materializzerà – forse ho dimenticato lo stereo acceso – però ci rimettiamo in viaggio. Ed è questo che forse ho realizzato un pelino tardi: conta la strada che si sta percorrendo, non quella già percorsa o quella che percorreremo (sempre se troviamo un cazzo di benzinaio in questa stradina spersa).

 

Abbiamo bisogno di credere in qualcosa. Grazie Paolo, grazie Diego

Abbiamo bisogno di credere in qualcosa. Grazie Paolo, grazie Diego

Notizie così, la mia generazione non se la sentirebbe proprio di riceverle. Si conclude nel peggiore dei modi questo anno, al quale sembriamo esserci tristemente abituati, questo anno che con l’impeto di uno spietato tiranno ci ha costretto a rivedere molte delle nostre priorità, che ci ha privato delle tradizioni e dei gesti più usuali e comuni.

Natale si avvicina, un certo languore mi coglie impreparato. Il calcio, si sa, è sempre stata distrazione pura, citando Arrigo Sacchi, è “la cosa in assoluto più importante tra quelle meno importanti”. Ma ora come ora neanche questo svago sembra darmi sollievo. Gli stadi desolantemente vuoti, il rumore della palla calciata, le urla dalla panchina…San Siro che ad ogni gol ripropone un jingle ridondante e piuttosto noto a chi, come me, ha seguito con piacere l’hockey su ghiaccio o altri sport americani sperando che certe pagliacciate non arrivassero mai nei campi nostrani. Ve lo confesso, non ne posso più.

during the Serie A match between AC Milan and Genoa CFC at Stadio Giuseppe Meazza on March 8, 2020 in Milan, Italy.

Non ne posso più proprio perché allo sport più bello del mondo è stato momentaneamente (si spera) tolto il suo motore e la sua naturale alimentazione: la gente. Mi è sembrato uno scherzo del destino assurdo, proprio qualche anno fa lamentandomi con un amico ho detto a mezza bocca: il calcio del futuro lo vorranno senza pubblico. Strutture giganti e vuote. Telecamere ovunque, pronte a soddisfare ogni nostra voyeuristica perversione, tecnologia pronta ad eliminare ogni margine d’errore umano. Non avrei mai voluto fare il Nostradamus della situazione, anche se pare che ci ho preso in pieno.

Il mio sangue da “slavo” mancato non può esimermi dal mio essere un inguaribile fatalista. Pertanto non ho faticato nel vedere la dipartita di Diego e Paolo come un segno del destino, proprio in un annus horribilis che sta drasticamente segnando un punto di non ritorno nella storia della fruizione calcistica. Già, Diego e Paolo, entrambi in modi e tempi diversi costretti a giocare il ruolo di capipopolo, a non dover soltanto giocare ma anche a rappresentare. Entrambi ricordati per delle gesta incise nella storia del calcio, entrambi discutibili in molte scelte di vita. Paolo Rossi, l’uomo che fece piangere il Brasile, e Diego Armando Maradona, El pibe de oro, venerato Masaniello, tracotante vendicatore delle isole Malvinas, non ci sono più. Il 2020 li ha portati via lasciandoci dietro tante domande. Risposte? Poche e confuse, in verità.

Ma una certezza ce l’abbiamo: grazie Diego, grazie Paolo. Le vostre gesta riecheggiavano negli anni ’90 nei racconti dei nostri padri. Ed entrambi siete legati ad un fil rouge comune, ad una storia che ogni volta che si ripete riaccende la fiammella del miracolo che ci ricorda il perché rimaniamo ancora ore ed ore incollati a guardare ventidue uomini che si sfidano calciando un pallone: perché abbiamo un tremendo, inguaribile, affamato, malato bisogno di credere in qualcosa, sia pure una volta ogni tanto. Abbiamo bisogno di credere che la storia dei più deboli non è già stata scritta. Ma che quando un debole si incazza può succedere ancora di tutto e può far ammutolire i potenti.

Grazie Paolo, perché quel pomeriggio a Barcellona non ci credeva nessuno. Ma veramente nessuno. Il Brasile era, a detta di molti, tra i più forti di sempre. Ma Paolo Rossi decise che no, l’Italia operaia, tenace, avrebbe vinto col cuore. Tre gol, Waldir Peres ammutolito, un intero Paese incredulo davanti alla TV piange lacrime amare. Socrates, Falcao e Zico tornano a casa, l’Italia timida e gracile che balbettava ridicola nel girone eliminatorio si trasforma in una corazzata paurosa pronta ad arrivare in fondo alla notte di Madrid. “Paolo Rossi era un ragazzo come noi…” cantava Venditti. Aveva ragione.

Grazie Diego, perché a 24 anni potevi andare dove volevi. E invece hai scelto di salpare in una terra umiliata, ferita, dimenticata e derisa. Grazie perché ci hai messo la faccia, hai sbagliato ed hai pagato. Grazie perché gli inglesi quel pomeriggio a Città del Messico volevano morire, schiaffeggiati in pieno volto due volte: la prima volta beffati da un geniale imbroglio (pensate solo che oggi il var ci avrebbe prontamente negato una gioia simile), la seconda tramortiti da uno slalom leggendario, sbeffeggiante, difficilmente credibile. Grazie perché spesso ci hai mostrato come i più forti sulla carta possano perdere, che il destino può essere sovvertito, che la storia del calcio riparte ogni volta che un bambino in qualche Barrio di Buenos Aires prende a calci una lattina. Abbiamo un tremendo bisogno di crederlo ancora.

Intanto qui il vuoto che ci avete lasciato è immenso. Mentre scrivo queste righe Antoine Griezmann sfodera su Instagram il suo nuovo look modello Pippi Calzalunghe, Lionel Messi lo guarda un po’ preoccupato, della serie “ma guarda un po’ tu dove sono capitato..” Mi guardo intorno e cerco i miei nuovi idoli, ma non ne trovo. Se avessi un figlio piccolo, non saprei proprio dove indirizzarlo. Io da bambino avevo Van Basten, che arrossiva alle domande dei giornalisti sull’amore della sua vita. E poi in campo dava vita ad acrobazie e traiettorie non credibili all’occhio umano.

Oggi qui non arrossisce più nessuno, non sbaglia più nessuno, la mannaia di questi nuovi tempi non risparmia nulla. Tanti soldatini pronti a sfoggiare l’ennesimo look per la nuova campagna anti-razzismo foraggiata da marchi che magari sfruttano bambini del terzo e quarto mondo. Tutti pronti ad indignarsi se un vero figlio della working class come Jimmy Vardy nell’esultare abbatte sbadatamente la bandierina arcobaleno della prezzolata Premier League o se un quarto uomo rumeno fa sfoggio del suo idioma neolatino per comunicare anche nei confronti di calciatori africani in un Paris Saint Germain – Istanbul Basaksehir, due squadre per le quali definirne “losche” le proprietà e i gruppi di investimento in esse coinvolte varrebbe solo come simpatico eufemismo.

Davanti a tanta ipocrisia, non c’è che ripetere infinitamente: grazie Paolo, grazie Diego. Le vostre gesta ci riconciliano con la storia del calcio, che si rinnova ogni volta che in strada prendiamo a calci qualcosa. Ma qualsiasi cosa.