Play your discomfort!

Play your discomfort!

Play è un progetto corale, di partecipazione che unisce le immagini realizzate da Alessandra Oricchio e i suoni e gli umori raccolti da Francesca Baciarelli tramite amici, conoscenti e passanti.

Play to overcome barriers!

Play to overcome barriers!

Il vostro è un mondo di culle che diventano tombe e di tombe che diventano culle; di giorni che divorano notti e di notti che rigurgitano giorni; di pace che dichiara guerra e di guerra che sollecita la pace; di sorrisi galleggianti sulle lacrime e di lacrime rischiarate da sorrisi. Il vostro è un mondo in continuo travaglio, con la Morte come levatrice. Il vostro è un mondo di setacci e di vagli, in cui non ci sono due setacci e due vagli che siano uguali. Voi soffrite costantemente setacciando l’insetacciabile e vagliando l’invagliabile. Il vostro è un mondo diviso contro se stesso, poiché è l’Io in voi ad esser diviso. Il vostro è un mondo di barriere e recinzioni, poiché è l’Io in voi ad avere barriere e recinzioni. Alcune cose, esso preferisce porle fuori dal recinto, perché estranee a se stesso; altre, le pone dentro al recinto, perché ad esso affini. Ma quelle che stanno fuori dal recinto, irrompono continuamente dentro; e quelle che stanno dentro, non fanno altro che uscire. Poiché esse, essendo prole di una stessa madre – che è il vostro stesso Io – non vogliono esser separate. E voi, invece di gioire per la loro felice unione, vi cingete di nuovo nel vano tentativo di separar l’inseparabile. Invece di fasciare la spaccatura che c’è nell’Io, tagliuzzate la vostra vita sperando di ricavarne un cuneo da inserire fra quello che credete essere il vostro Io, e ciò che immaginate diverso da esso. Pertanto, le parole dell’uomo sono immerse nel veleno. Perciò, i suoi giorni sono così ebbri di dolore. Per questo, le sue notti sono così tormentate dalla sofferenza.“ — Mikha’il Nu’ayma

Note cartonate

Note cartonate

L’estate: quella stagione fatta di forti sensazioni che ti trapassano lo stomaco per poi sfociare in occhi luccicanti ed in giornate che sembrano sempre sabato sera, tipo gli episodi di Dawson Creek.

L’estate era come un assolo di batteria, dove per un ristretto periodo dell’anno non ti ponevi limiti, dando importanza ad ogni ozio; dove ogni amore era consentito. La calda stagione però era anche un riff complicato che provavi e riprovavi in studio e che nei live facevi fatica a suonare, vuoi per timore, vuoi per difendere quella stupida reputazione da quindicenne che ti permetteva di essere accettato dal branco. L’estate ha scandito i primi baci, le prime delusioni, le vacanze in famiglia che ti sembravano la cosa più bella del mondo.
Oggi l’ estate è prendersi una pausa dal lavoro, fare una stressante settimana al mare, quasi invocando il ritorno a lavoro o una semplice pizza con gli amici in una di quelle dolci sere atripaldesi che inevitabilmente ti riportano indietro con la mente. Sarà retorica, ma da un po’ di tempo a questa parte, vivere tutto ciò non è più scontato ed una pizza con gli amici ha un peso specifico diverso, ti fa sentire vivo e perché notti fa tornare bambino in una lunga estate Atripaldese. 
Le mie belle stagioni mi riportano inequivocabilmente nei primi anni 2000,dove il pezzo che mi è rimasto nel cuore è “La lunga estate caldissima degli 883”:
“Questo senso di festa che vola e che va
 Sopra tutta la città
 Nella lunga estate caldissima
 Questo senso di vita che scende e che va
 Dentro fino all’anima
 Nella lunga estate caldissima”

Play in the summer

Play in the summer

…Le nostre estati, lo vedi,
memoria che ancora hai desideri:
in te l’arco si tende dalla marina
ma non vola la punta più al mio cuore.
Odi nel mezzo sonno l’eguale
veglia del mare e dietro quella
certe voci di festa.

E presto delusi dalla preda
gli squali che laggiù solcano il golfo
presto tra loro si faranno a brani.

Vittorio Sereni

Play in the past

Play in the past

Dalla viva voce e con il commento di Pier Paolo Pasolini e nella versione di Orson Welles.

Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più

(Da Poesia in forma di rosa)