Il tempo fruibile in tempi friabili

Il tempo fruibile in tempi friabili

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SPOILER ALERT: la questione di cui parliamo questa settimana non è delle più frivole per cui il testo che segue è un po’ una mattonella filosofica, sapevatelo!

Il tempo è una di quelle cose che rientra nel novero delle conoscenze di chiunque; se però si volesse darne una definizione più accurata immagino che ogni persona a cui venisse chiesto “cos’è per te il tempo?” ne avrebbe una visione diversa che, sommata alle altre di tutti questi intervistati immaginari, restituirebbe un quadro senza confini in continuo ampliamento, a prova del fatto che pensare il concetto del tempo restituisce l’idea di qualcosa di impossibile da spiegare nella sua interezza, di impalpabile.

Provo a darne una definizione quanto più generale e oggettiva: il tempo è una dimensione senza forma, un processo piuttosto che uno stato, una rappresentazione in divenire perpetuo che, a volerla pensare nella sua forma pura, è riassumibile nella massima di Lavoisier <<Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma>>. Nonostante mi sforzi per dire qualcosa di oggettivo sul tempo, le definizioni proposte risentono della mia soggettività (in questo caso la mia passione per la fisica e le sue leggi), ma solo adesso che ci ho provato capisco che la concezione del tempo necessita di uno spazio entro cui esso si dispiega e la concezione stessa dello spazio urbano individuale, frutto del processo di sviluppo di ciascuno di noi, fornisce una solida base su cui poter poggiare la concezione del tempo.

Ogni spazio, dunque, delimita la cornice di svolgimento del tempo che ognuno di noi utilizza a suo piacimento e secondo le sue esigenze di vita, da cui va senza dire che ogni spazio offre i limiti di utilizzo a noi altri “liberi fruitori”. Questi limiti fanno capo alle opportunità che ogni spazio concede ai suoi abitanti sebbene non sempre uno spazio più grande contenga più opportunità: ciò che le determina è l’organizzazione di ciascuno spazio, metropolitano o provinciale che sia. A dirla tutta, è proprio l’organizzazione dello spazio urbano che determina la sua differenziazione tra provinciale e metropolitano e anche queste ultime possono essere più o meno organizzate e fornire opportunità (di lavoro, di svago, di riflessione e chi più ne ha più ne metta) più o meno copiose e varie; basti pensare alla differenza tra un provincia meridionale per lo più agricola ed una settentrionale più industrializzata e alla differenza di organizzazione degli spazi nelle aree metropolitane di Roma e di Milano: ciascuno degli abitanti di questi quattro spazi urbani avrà una concezione diversa del tempo e può fruirne in maniera diversa.

La fruizione del tempo, quindi, è dettata dal contesto urbano dove si nasce, prima, e dove si sceglie di vivere, poi. Spesso accade che le opportunità concesse dagli spazi, o presunte tali, possano indurre nella scelta di andare a vivere in uno spazio diverso da quello in cui si nasce per soddisfare l’obiettivo di realizzarsi come persone, attirati dalla moltitudine e dalla diversità di opportunità offerte da uno spazio “altro”. Non sempre, però, chi sceglie di vivere uno spazio diverso riesce a coglierne la potenzialità e questo perché non ne si ha il tempo; si è convinti, talvolta, di riuscire a fare tutto quello che una metropoli ci offre o di riuscire ad inserirsi in un contesto provinciale al netto delle esperienze maturate fuori da quell’ambiente: la fruibilità del tempo in uno spazio ha bisogno di una terza costante per divenire potenzialmente concepibile in maniera -apparentemente- esaustiva e questa è rintracciabile nella velocità (t= S/v ci insegna la fisica).

Se devo pensare al Tempo in modo oggettivo, infatti, l’immagine che mi viene in mente è quella di una traiettoria rettilinea in cui la soggettività individuale agisce nella possibilità di scelta di uno Spazio entro cui vivere il nostro tempo che, a sua volta, grazie alla sua organizzazione, determina la Velocità percepita del tempo che passa. Ciò che rende così variabile la risposta alla domanda “cos’è per te il tempo?”, quindi, è la velocità imposta dallo spazio urbano che ci circonda ed è anche il motivo per cui una giornata in provincia “passa” più lentamente che in città. La velocità, infine, è costante e specifica per ciascuno spazio urbano e la percezione di “friabilità” del mondo di oggi, magari, è dovuta al tentativo infruttuoso di viaggiare a velocità inadatte agli spazi così come siamo abituati a concepirli. L’iper-connessione contemporanea potrebbe, e dovrebbe, portare ad una concezione più estesa di ciò che intendiamo oggi dello spazio di vita individuale e, magari ancora, condurci alla fruizione di un tempo meno friabile.

Perdere il tempo ad Atripalda

Perdere il tempo ad Atripalda

Sono le 9 di una mattina di ottobre. Atripalda è già caotica, l’aria è calda e sono in fila al bar, una rarità per me e per i numerosi avventori miei conoscenti che in quel momento si erano già ritrovati lì davanti.

Siamo tutti lì, in quel piccolo bar che anticipa la piazza e che accoglie tutti coloro che la mattina camminano ancora assonnati nelle direzioni desiderate; siamo tutti lì, è il 2019 e di coronavirus nessuno ha ancora sentito parlare, o per lo meno la totalità delle persone che sono in fila per il caffè non ne hanno sentito parlare. La piccola folla si muove velocemente e proprio in questo suo progredire mi ritorna, d’improvviso, in mente un libro letto nei mesi precedenti: Binario morto di Luca Rastello, indimenticabile giornalista e scrittore scomparso 5 anni fa, e Andrea De Benedetti. L’opera, un’inchiesta sull’incredibile inutilità della costruzione dell’alta velocità in Val di Susa e più in generale in Europa, viene resa evidente attraverso un’unità di misura tutt’altro che convenzionale, un pacchetto di caffè che sarà l’unica merce a completare l’intero corridoio 5 Lisbona – Kiev. In quel momento di attesa ho ripensato al caffè sotto un’ottica differente, non più come sostanza da assumere per far fronte alla giornata, ma come unità di misura del tempo.

Nelle nostre aree, interne e meridionali, il tempo potrebbe essere ancora misurato con un caffè. Infatti se provassimo a ritornare nel piccolo bar del centro in quelle prime ore della giornata lavorativa dello scorso ottobre noteremmo subito che la velocità delle consumazioni potrebbe essere condensata tutta in pochi minuti, sapientemente divisi tra consumo della bevanda e lo scambio di veloci e semplici battute tra colleghi prima di congedarsi.

Ma sempre facendo fede alla nostra capacità immaginativa se provassimo invece a ritornare in quel bar all’imbrunire vedremmo gli stessi della mattina calmi, seduti al tavolino, intenti a consumare lentamente il proprio caffè e regalando all’aria intere sigarette.

Il caffè, dunque, ha svolto il compito desiderato: ci ha appena dimostrato che la fruizione del tempo è strettamente connessa alla produzione (lavoro) e che quando questo si conclude, il consumo del tempo tende a dilatarsi dandoci una sensazione di lentezza che non sempre ci entusiasma.

DAL TEMPO DI CONSUMO AL LUOGO DI CONSUMO

La dicotomia fruizione del tempo – produzione ci porta a vivere anche il tempo libero alla ricerca, spasmodica, di un qualcosa che possa essere speso, consumato, dando perciò ad esso un prezzo. Questa relazione porta con sé alcune conseguenze che si riflettono sulla ricerca dell’impiego ideale del tempo libero e che ci riportano a due reazioni fondamentali: la prima è riscontrabile in un atteggiamento nevrotico che ci conduce a ricercare disperatamente un qualcosa che ci faccia passare il tempo, anche e soprattutto prezzolato, mentre la seconda ci condanna all’immobilismo più totale. Infatti rassegnati dall’esito negativo di qualsiasi tipo di impegno non ci resta che aspettare che anche l’ultima parte della giornata termini e ci riporti, anima e corpo, alla solita routine giornaliera.

Una conseguenza non indifferente di questa condizione è vissuta dallo spazio che difatti si intromette in maniera dirompente in qualsiasi riflessione che vede al centro la relazione fruizione del tempo e consumo/produzione dello stesso. Gli spazi cittadini infatti sono attori passivi di questa relazione e sono caratterizzati dalle diverse modalità di impiego che gli conferiamo.

Così ci capita di vivere un luogo della nostra città più di un altro perché ci ritroviamo alla costante ricerca di una modalità di consumo del tempo caratterizzata dalla pratica di consumo/produzione. Un luogo cittadino svuotato da qualsiasi logica di consumo sarà costretto all’isolamento e al successivo abbandono.

TEMPO DI CONSUMO O TEMPO LIBERO? MEGLIO PERDERE IL TEMPO…

Ma per un momento, prima di proseguire, ritorniamo alla nostra unità di misura: sono le 6:30 di una mattina di agosto e al solito bar che fa da anticamera alla piazza, un drappello di ragazzi accompagna al caffè mattutino un cornetto, hanno passato la notte in quel piccolo lembo di città che fino a qualche anno fa veniva attraversato in tutta fretta per raggiungere i luoghi dove poter trascorrere le proprie giornate. Da qualche mese a questa parte questa piccola linea di frontiera è diventata il centro di una rinascita, dove oltre al tempo di lavoro, in molti ritornano per passare il proprio tempo libero.

 

Proprio questo cambio di pensiero ha portato alla nascita del Tricare, dal dialetto attardarsi, perdere tempo, fare tardi, la cui logica è stata proprio quella di ricercare non più luoghi soliti del consumo e di spendibilità del tempo, ma di rituffarsi in uno spazio come tanti a farlo rivivere condannandosi consapevolmente a quella immobilità tanto temuta.

Per due giorni alla settimana un’intera comunità ha provato a passare le giornate all’insegna della calma, dei ritmi lenti e della ridefinizione dei nostri momenti liberi.

Un insegnamento molto importante che, come nel precedente articolo, ha come centro noi, gli abitanti delle nostre città e la necessità ad un esercizio quanto meno interessante che ci permetta di vedere le nostre piazze e le nostre strade senza lasciarci condizionare dai significati sovrastrutturali pre-esistenti che alcuni luoghi hanno assunto nel corso degli anni.

Sarebbe bello misurare il tempo di un caffè non più in base al suo consumo, ma in base al percorso che siamo capaci di inventarci per arrivare al nostro bar di fiducia. Ricercando così, non la strada più veloce per massimizzare il nostro tempo libero, ma quella più interessante per perderlo.

Si ringraziano Sabino Battista ed Ilaria Piccirillo per le foto.

Vivere la città e i suoi spazi: una prospettiva ludica

Vivere la città e i suoi spazi: una prospettiva ludica

Strano, ma vero: la memoria degli esseri umani è un meccanismo attrezzato per l’oblio. Lo è talmente tanto che in pochi mesi abbiamo già dimenticato tutto quello che abbiamo vissuto e quali sono stati i nostri sacrifici.

Di quei giorni, di primo impatto, ricordiamo alcuni simboli: il tricolore, l’inno di Mameli cantato ogni sera, gli applausi e cose simili. Ma di quei mesi, appena trascorsi, abbiamo dimenticato le tante sofferenze e privazioni che hanno scandito le ore, i minuti e i secondi. La prova di tutto ciò sta nel fatto che i miei ricordi sono lentamente emersi solo qualche settimana fa quando ritrovandomi fuori al balcone di casa ho ripetuto lo stesso gesto che tantissime volte avevo compiuto nel corso della pandemia, ovvero avevo rivolto lo sguardo verso quel piccolo spazio di città che ho davanti casa in cerca di vita, di persone e lo avevo fatto senza pensarci, d’istinto.

In quel momento la ripetizione di quel gesto mi ha catapultato indietro di qualche mese, dove la ricerca spasmodica e limitata a quei pochi metri di città era diventata un continuo rievocare, rievocare quel pezzo di centro storico vivo e chiassoso come lo era da sempre in estate e nei giorni più caldi di inverno.

Era lì che in tanti siamo passati negli anni scorsi e che in tanti continuano a passare parte delle proprie giornate portando con sé un unico oggetto, la palla.

Come per i film di Hitchcock- il pallone in questa storia rappresenta in un certo qual modo il McGuffin- i veri protagonisti sono i minori che nel corso degli anni hanno avuto un ruolo importante nella ridefinizione degli spazi cittadini. Anche per questa storia, come per le precedenti, il motore di tutto è stata la mancanza di spazi attrezzati e gratuiti utili allo svolgimento di questo sport e, come spesso accade, a questa privazione fa seguito la capacità di adattamento al fine di ricreare quanto sperato ed immaginato.

Così come in molte altre città sono comparsi negli anni i più disparati e fantasiosi campi di gioco, mettendo al centro di ciò la capacità immaginativa dei giovanissimi protagonisti e l’adattabilità a spazi pre-esistenti cittadini. Le forme che variavano da quadrilateri irregolari e a vere e proprie semicirconferenze hanno permesso ai più piccoli abitanti della città di vivere e far rivivere molteplici luoghi spogliandoli anche dei precedenti significati che questi avevano assunto, svecchiandoli e rendendoli accessibili a chiunque. Un processo democratizzante dei luoghi e delle loro nuove funzionalità, certo inconsapevole, ma pur sempre fondamentale e capace di ridare ossigeno a luoghi marginalizzati e abbandonati per troppo tempo e poco importa se qualche voce fuori dal coro ne è scontenta.

In fondo dopo i mesi in cui abbiamo dovuto ridefinire velocemente il nostro modo di vivere, immaginare la città a prova di pallone potrebbe essere un ottimo esercizio per combattere le disuguaglianze e le stratificazioni che da sempre la contraddistinguono.