E se parlassimo di sicurezza?

E se parlassimo di sicurezza?

Ci risiamo, abbiamo impiegato questo primo mese del 2022 per comprendere punti di forza e punti di debolezza di questa nostra giovane esperienza. Il risultato ci ha portato ad operare alcune scelte: la più importante è, senza ombra di dubbio, quella di dosare la nostra presenza e i nostri interventi.

Questo cosa significa? Non più una tematica ogni due settimane, ma una al mese e quale mese migliore per dare un nuovo inizio se non febbraio?

In questo mese breve (ogni riferimento ad Eric Hobsbawm non è per niente casuale) affronteremo una sola tematica. Vi promettiamo di farvi fronte con il solito impegno e la solita buona volontà. Speriamo di avervi come sempre, al nostro fianco.

Febbraio abbiamo deciso di dedicarlo ad una parola che spesso ritorna e spesso ritorna in diverse forme: sicurezza.

Siamo ben consapevoli della difficoltà che si legano ad ogni possibile discussione riguardante la sicurezza, ma ci sembrava doveroso affrontarla. Sicurezza è una parola che non è mai scomparsa e in quello che può essere considerato un dizionario collettivo italiano rappresenta senz’altro uno dei termini più in uso.

Non vogliamo, però, limitare il significato di sicurezza ad una sola ed univoca dimensione. In difesa delle nostre ragioni ci sono gli eventi recenti che riguardano i fatti di Milano del 31 dicembre, la morte del giovane Lorenzo Parelli, le proteste studentesche ad essa connesse, il nuovo servizio che la Bocconi ha presentato nei giorni scorsi e mille altri accadimenti che ci dimostrano come non smettiamo mai di parlare di sicurezza.

«La condizione che rende e fa sentire di essere esente da pericoli, o che dà la possibilità di prevenire, eliminare o rendere meno gravi danni, rischi, difficoltà, evenienze spiacevoli, e simili»

Partiremo dalla definizione che la Treccani dà di sicurezza per poi posizionarla nelle differenti dimensioni che ci competono. Non ci resta che augurarvi buona lettura.

Antonio Lepore

Andrea Famiglietti

La cartolina

La cartolina

Qui ho conosciuto Useppe
E Pin
E le sorelle Bennet
Il passato me lo ricordo a cercare libri tra gli scaffali
Con l’amica di sempre
Oggi entrambe li compriamo
Ci prendiamo in giro di continuo
Non riusciamo a finirne uno che siamo già in libreria a prenderne un altro
Sarà che i libri ci riportano indietro
Al periodo sereno
In mezzo a loro siamo felici
Lei tra poco sarà madre
La sua piccola rappresenta il futuro
Le auguro di ereditare la nostra stessa passione
Un giorno d’estate la porteremo tra i nostri scaffali
In quella scatola alle spalle della piazza
Dove ci aspettavano Sara e Tonino con il faldone delle presenze

Tra la nostra serenità
“Ricordi d’infanzia”
Atripalda 2021

Ci vuole coraggio nella vita

Ci vuole coraggio nella vita

Ci vuole coraggio nella vita. Anche il culo, sì, ma soprattutto il coraggio. Di partire oppure di restare, di sognare nonostante la realtà intorno a noi si sgretola oppure il coraggio di aprire gli occhi e vivere con le carte che si hanno in mano. Perché in fondo quello che conta è se la nostra storia è stata coraggiosa, se anche quando gli scalini erano scivolosi di pioggia noi abbiamo corso a perdifiato soltanto per ammirare l’ennesimo tramonto sul mare.

Anche questi tempi di pandemia ci hanno raccontato la necessità e la bellezza del coraggio in tutte le sue sfaccettature: il coraggio dei medici, di quelle persone che senza lavoro hanno alzato la testa e hanno continuato a camminare, il coraggio – e forse l’incoscienza – di chi ha approfittato del lockdown per guardarsi dentro e sistemare qualche pezzetto di anima.

Evitando altri fronzoli, nelle prossime due settimane scriveremo di coraggio e proveremo a capire se anche le nostre sono storie coraggiose. Forse quella di Scarpesciuote sì, giusto per fare un esempio. Crediamo sia coraggioso, o qualcosa di simile, raccontare le esperienze personali, trasformare in parole i pensieri più intimi per fare compagnia a tutti i nostri lettori (che stanno crescendo, e non vi ringrazieremo mai abbastanza).

Andrea Famiglietti

Antonio Lepore

L’anno che è venuto mi ha già cambiato

L’anno che è venuto mi ha già cambiato

E adesso vorrei un abbraccio. Magari quando sorseggio l’ennesimo caffè e sento la mia vita fuori taglia per quello che desidero. L’anno appena andato via mi ha provocato soprattutto questo cambiamento, a me che ho sempre allontanato ogni contatto fisico, un po’ per la paura di sudare ed un po’ per non mostrarmi fragile, perché si sa, quando ci si tocca qualcosa di te casca nell’anima dell’altra persona e lì rimarrà per sempre (a meno che Renzi non decida il contrario). Ora che la distanza fisica è un dogma, io vorrei, ed egoisticamente ne avrei bisogno, di mostrare ai miei affetti stabili tutte le mie paure, tutte le preoccupazioni, tutte le grida del mio cuore che non riesco più ad addormentare, neanche con l’ennesima puntata del Grande Fratello.
Io che pensavo bastassi a me stesso. Ed invece non avevo capito un cazzo. L’altra sera ridevo insieme ai miei amici e per un attimo infinitamente eterno la pandemia sembrava un potente ricordo. Lì ho definitivamente sentito di appartenere nel profondo a quelle quattro anime capaci di rovesciare con un dritto fortissimo qualsiasi mia emozione. Una grande trasformazione per un fesso solitario come me.
Ma non solo bellezza. In questo anno, per certi versi più produttivo dei precedenti, alcune mie speranze hanno subìto grandi perdite. Sotto le bombe di una quotidianità asfissiante e le pause troppo lunghe di un mondo in stand by, ad un certo punto ho temuto di aver smarrito ogni ispirazione. E non nascondo che certe notti è stato complicato affogare le lacrime causate dalla paura di non saper più giocare con le parole. Ho capito, poi, che i sogni sono fatti di carne, che possono essere feriti, ma vanno protetti, anche quando un cazzo andrà tutto bene.
Sono un uomo migliore? Forse no. Ma sento che durante questa pandemia il mio corpo, paradossalmente, si è risvegliato, e per una volta mi è stato chiaro un concetto: nulla è scontato. E sorrido pensando che per imparare ad amare gli abbracci, gli amici ed i miei sogni sia stato necessario un full immersion in me stesso (un anno di solitudine, di noia, film romantici ed ipocondria ai massimi livelli).

Distinti Est

Distinti Est

La domenica è un giorno strano, ci si alza tardi, più per non dover scendere a patti col tempo che nella mattinata ci consegna alla noia, e si cerca di arrivare quanto prima alle prime ore serali attraversando un intero pomeriggio fatto di digestioni impossibili e di zapping forsennato alla ricerca di qualcosa di interessante che possa colpire la nostra attenzione.

Ma anche se la domenica è un giorno strano è anche il giorno migliore, perché per un periodo, più o meno lungo dell’anno ci costringe ad essere attenti e presenti. La domenica la ricordiamo, così, per quei pranzi consumati di fretta con un piede sotto il tavolo e l’altro verso la porta.

La domenica la ricordiamo con una sciarpa al collo, con in tasca le semente (semi di zucca) ed in mano il Borghetti mentre in una solitudine collettiva ci avviciniamo all’ingresso del nostro settore.

In questi giorni abbiamo assistito alla ripresa di gran parte delle competizioni sportive, tra queste anche i campionati di calcio con tutte le problematiche scaturite da questa fase emergenziale.

Anche noi abbiamo deciso di vivere le domeniche con la giusta dose di borghetti e la stessa emozione di chi ogni domenica va allo stadio per vedere la sua squadra del cuore.

L’Autore misterioso all’uscita dallo stadio in una domenica di qualche anno fa.

Abbiamo deciso così di inaugurare una nuova rubrica sportiva che affronterà con il solito piglio le storie migliori di sempre. Con quale nome? Ma che domande: Distinti Est, il settore che più di tutti è da Scarpesciuote.

Perciò ogni domenica pomeriggio se non sai quale partita scegliere, se non sai per chi innamorarti se non sai che settore scegliere, scegli Distinti Est!

Nei prossimi giorni vi sveleremo il nuovo volto che vi accompagnerà in questa nuova avventura.