Note cartonate

Note cartonate

Ci vorrebbero le canzoni delicate a cantare le donne, quelle che con gli occhi chiusi sogni mentre se li apri per un attimo ti accorgi che il mondo può essere anche fiorito all’improvviso.

Tuttavia, in questi tempi il gentil sesso è un peso, come quei pezzi di denuncia sociale che tutti acclamano, ma che nessuno ha il coraggio di urlare a gran voce. La verità è che le donne fanno paura, in quanto dotate di un “problem solving” che noi uomini possiamo solo invidiare. Hanno un’anima nobile. Una donna imbrunita dagli anni, avrà sempre una sensibilità delicata ed un candore eterno, come eterni sono i loro profumi.

La canzone di oggi: “Gesù Cristo sono io” di Levante.

Questo pezzo parla di violenza sulle donne a tutto tondo e credo sia un brano che rispecchi a pieno il mio pensiero. Il maschilismo è una forma di violenza, che mette nudo la fragilità e la presunzione di chi ne è carnefice. A questo proposito, vorrei accendere l’attenzione anche su di un fenomeno che la società a volte “dimentica”: la violenza sugli uomini; fenomeno sempre troppo stigmatizzato, tuttavia attuale e reale.

Dedico, quindi, queste strofe ad entrambi i sessi e spero che noi uomini possiamo davvero cogliere il meglio dalle donne e dalla loro grande forza di volontà e spero che le donne possano davvero capire che anche noi uomini siamo essere speciali e che le persone violente sono solo esseri che non sanno chiedere aiuto.

“…confessa che sei il demonio nella testa/ Che mi trascina sempre giù/ Confessa/ Che il paradiso non mi spetta/ Che non mi sono genufless*/ Che non mi sono genufless*/ Che da te risorgo anch’io…”

(In)Giustizia

(In)Giustizia

Era una domenica del 2002. Non una domenica qualsiasi ma era l’ultimo giorno delle vacanze di Pasqua ed io ero seduto in macchina e tornavo a casa mia dopo aver trascorso quel periodo con mio padre, tra varie delizie pasquali e libri.

Mi ricordo in macchina, mentre tornavo da mia madre, come mi veniva consigliato di studiare una volta a casa e di non perder tempo, di non uscire quella domenica. Ah quanto ero ingenuo! Se avessi seguito quel consiglio paterno, avrei evitato gli eventi che si sarebbero andati a consumare da lì a poco.

Ma non ascoltai quei consigli e anzi una volta a casa, salutata mia madre, andai a bussare il mio amico e vicino con la voglia di uscire e andare dalle parti di Piazzetta Monteoliveto. Di sentirmi “libero” dopo aver trascorso tutte le vacanze pasquali sui libri scolastici.

Ero contento in fin dei conti, mi cambiai in un attimo ed uscii dalla porta per bussare a quella di fronte. “Ciao! Come stai? Ti va di andare a Monteoliveto a fare un giro? Son giorni che son chiuso a casa sui libri e domani riprende anche la scuola, voglio uscire!”.

Era il 2002 e io frequentavo il primo anno del liceo scientifico, non avevo una media altissima ma ero tra quelli che i prof dicevano “è intelligente ma non si applica”. Ed ero consapevole di non applicarmi, nessun merito, nessuna parola di incoraggiamento negli anni mi avevano portato a non impegnarmi più del dovuto.

Era una domenica del 2002, le vacanze pasquali volgevano al termine e due ragazzi erano per strada, allegri a raccontarsi come fossero stati quei giorni festivi. Si raccontarono di tutto, spensierati senza preoccuparsi di chi potevano incontrare per strada ma la loro conversazione fu interrotta a Via Foria da altri due ragazzi.

“Dateci tutto quello che avete” minacciò uno dei due. Non capimmo subito la situazione e cosa stesse succedendo quando mi arrivò un primo schiaffo che mi intontí e vidi nello stesso momento il mio amico che consegnava il portafoglio, impaurito dalla situazione. Forse fu lo schiaffo o l’adrenalina ma l’unica cosa che riuscì a dire fu “Non ho nulla…”

E un altro schiaffo!

“Forza dacci tutto quello che hai!” era ancora più minaccioso ma io non avevo nulla con me, se non paura. Nessuno si accorse della pugnalata alla gamba fu rapida e indolore, forse per via dell’adrenalina in circolo. Mi fu data per “ammorbidirmi” convinti che il mio fosse cieco coraggio ma non visibile paura.

“Allora ci vuoi dare i soldi?!” e un altro schiaffo mi colpì in volto. Ero impotente in quella situazione, non sapevo come reagire e non sapevo cosa dire. Continuavo a ripetere che non avevo nulla ma quell’affermazione dava fastidio,dava così fastidio che uno dei due ragazzi, spazientito, invitò l’altro a “dagli un’altra pugnalata e andiamocene”

Anche in quel momento non feci caso a quello che accadeva, incredulo e stordito ancora ricevetti la seconda e ultima pugnalata. Fuggirono e noi facemmo l’unica cosa sensata da fare, continuare a camminare e dirigerci verso la nostra meta. Neanche qualche metro che il mio amico notò qualcosa di strano, perdevo sangue dalla gamba.

Ci fermammo, cercando in qualche modo di bloccare l’emorragia. Per strada nessuno, nessuno che ci potesse aiutare fino a quando passarono prima due donne che ci guardarono con sdegno,fredde e distaccate continuarono la loro passeggiata e noi ancora li impauriti in cerca di aiuto in una domenica pomeriggio, aiuto che arrivò dopo qualche minuto. Si avvicinò un signore che disse che ci stava cercando poichè la moglie, da sopra un palazzo, aveva visto tutta la scena e aveva allertato il marito di ciò che stava avvenendo e l’uomo era corso in strada per cercarci. Nell’esperienza appena vissuta, la fiducia nel prossimo vacillava ma affidarsi a quella figura gentile era l’unica cosa da fare e così salimmo sulla vettura dell’uomo diretti all’ospedale.

L’ospedale

Arrivammo all’ospedale e subito mi caricarono su una sedia a rotelle, nell’ascensore un infermiere mi chiese se la ferita fosse una “pistolettata” e io risposi che non era quella ma una coltellata. L’ascensore si fermò, mi portarono dentro all’ambulatorio dove mi fecero stendere su un lettino, poco dopo entrò un medico che domandò cosa fosse successo.
Risposi e il medico senza perder tempo prese prima una siringa, penso fosse antitetanica, poi prese ago e filo per chiudere la ferita. Fu tutto rapido anche quel momento, riuscì a pensare solamente “No la siringa, no” poichè ho sempre avuto il terrore per gli aghi e poi il buio ed un dolore mai provato prima. Sentivo l’ago entrare ed uscire e il filo che “stringeva”, sentivo quest’operazione senza nessuna anestesia, sentivo la carne “richiudersi”, sentivo l’impotenza per ciò che era avvenuto. Finirono di cucire la ferita e poco dopo entrarono i miei genitori, accompagnati da un carabiniere che chiese la testimonianza prima del mio amico e poi la mia.
Passò un pò di tempo prima di rivedere l’agente, portatore di nefaste notizie

“Non so quanto vi convenga fare la denuncia. Sia perché potrebbero creare piu’ problemi a voi sia perché una volta presi, nel giro di qualche giorno sono fuori. Ma la decisione spetta a voi, io vi sconsiglio di farla.”

Un uomo di giustizia che consigliava una cosa del genere, la sensazione di impotenza che non accennava a diminuire e la tristezza che si sostituiva alla paura. Non fu fatta nessuna denuncia e mi riportarono a casa, una volta lì avvisai un amico e compagno di classe che non sarei potuto andare a scuola il giorno dopo, spiegando tutto.

Passai tuto il periodo della guarigione in casa da solo, con qualche visita del mio amico di sventura o di qualche familiare. Ma della classe con cui avrei passato gli anni del liceo, nessuna notizia.

Sono passati anni e qualche volta mi son domandato se i due ragazzi di quel pomeriggio siano mai stati presi o se hanno continuato con le loro attività indisturbati. L’unica cosa che so è che con quell’esperienza ho capito che l’empatia e il supporto sono valori abbastanza rari e che la giustizia a volte viene messa da parte, lasciando la violenza libera di spadroneggiare.

Una retorica disumana

Una retorica disumana

“Falsi i sentimenti, false le bontà e la morale, false la giustizia e la legge, falsi il progresso e l’evoluzione, falsa la bellezza, falsa la verità; falso l’amore, falsa la poesia, falsa la musica, falsa tutta l’arte, falsa la filosofia, falsa la scienza, falsa la religione: tutte parole senza significato, senza senso, mere convenzioni che nascondono la ferocia; reale solo il vuoto della violenza gratuita del mondo umano, reale solo la corrispondente sofferenza degli altri esseri viventi, reale la devastazione della Terra svuotata di vita dall’uomo. L’umanità è la specie animale più feroce e più violenta, che si è voluta impossessare di tutta la Terra, eliminando, torturando ad arbitrio, sfruttando e imprigionando tutti gli altri viventi”.

Un passo questo, tratto da “Note per una metamorfosi” di Enrico R. A. Giannetto, che ho voluto riportare nel cogliere l’accezione tragicamente trionfante ed inarrestabile dell’evoluzione uomo – violenza, in verità son molteplici le declinazioni con tale binomio e credo che, impeccabilmente, ogni giorno dai secoli dei secoli, non ci sia memoria di un tempo sgombro da esso.

A seguire “A playlist of Viulenza” per dirla come il ras della fossa!

L’ignoranza che uccide

L’ignoranza che uccide

Cara Fabiana,

non so tu, ma io mi sento molto amareggiata. Sì. perché se c’è una cosa che non è cambiata dal passaggio da Napoli a Parma è il dover essere bombardata da notizie di cui faresti volentieri a meno.

La storia dell’uomo è sempre andata a braccetto con la violenza, questo si sa, e di tipologie di violenza ce ne sono tante, ma tra quelle che mi fanno venire proprio l’orticaria vi è la violenza giovanile.

Beh, la violenza giovanile, come avrai notato anche tu, è stata la protagonista di queste ultime settimane. Un bel viaggio per tutta l’Italia, con le tappe più note a Colleferro dove il giovane Willy ha perso la vita a causa delle botte prese dal branco e a Caivano dove una diciottenne è stata “involontariamente” uccisa dal fratello.

Poi, un anziano picchiato a Vicenza per aver difeso una ragazza, un altro ragazzino adescato in un parco e pestato da un gruppetto di giovani e non so quante altre ancora.

Una mattina ho sintonizzato la tv sul telegiornale e il 70% delle notizie erano incentrate sulla violenza giovanile. Tutte storie che emergono, ovviamente. Un caso eclatante mette in risalto una tematica e per un certo periodo, più o meno breve, si parlerà solo di quello e, di conseguenza, darà risalto a eventi legati ad essa.

Qualcuno sostiene che nell’ultimo periodo ci siano stati molti più casi di violenza, addirittura che la cosa si debba ricollegare al Covid-19.  Ci si sente oppressi e si cerca una valvola di sfogo, dicono. Può anche essere, ma, sia ben chiaro, la violenza giovanile c’è sempre stata. Ora è il tormentone. Tra poco tramonterà e si punteranno i riflettori su altro tema, che ne so, la sicurezza stradale dopo l’ennesimo incidente con morti. Poi magari tra sei mesi, di nuovo violenza. Ci si dimentica, semplicemente, ma la violenza c’è sempre.

C’era quando non eravamo ancora nate, c’era quindici anni fa quando andavamo a scuola e di tipologie di violenza ne abbiamo incrociate più di una: il bulletto di turno che ti prende in giro, quello più aggressivo che ti spinge in un angolo, il gruppetto che ti prende di mira.

E c’è oggi che accendi la tv e ti verrebbe di spegnerla un attimo dopo. Anche io stavo per farlo quella mattina, poi però ho preferito fermarmi e cercare di approfondire quello che stava accadendo. Niente di nuovo per la storia dell’uomo, come ho già detto, ma, diciamoci la verità, il binomio violenza/giovani è un boccone amaro molto più difficile da mandar giù. Lo è perché i giovani dovrebbero essere la speranza del futuro, coloro che posseggono quella forza e quello spirito necessario per cambiare ciò che non va e vedere, invece, una parte di loro convertire la propria energia in violenza fa girare le palle. E così da una parte subentra la rabbia degli spettatori pronti a giudicare e condannare i carnefici, dall’altra si fanno largo la protezione e i tentativi di giustificazione di parenti e genitori perché quegli stessi carnefici sono anche figli, nipoti, amici. Tutte manifestazioni che prendono comodamente posto a sedere nei salottini dei talk show o si esibiscono tra le pagine dei social, solo per un breve attimo di notorietà.

La verità, però, è che una volta messa da parte questa mania di protagonismo che forse è uno dei più grandi mali del nostro secolo, quello che resta è un’unica grande domanda: Cosa spinge questi ragazzi ad essere violenti a tal punto da arrivare ad uccidere?

Beh, questa domanda io me la sono posta quella mattina davanti al telegiornale e, sinceramente, sono riuscita a dare subito una risposta. Poi, ho letto qualche articolo, ascoltato interviste e, ahimè, la risposta era sempre e solo la stessa.

Ovviamente una risposta da osservatrice, l’analisi specifica la lascio ai professionisti. Eppure osservando e ascoltando i protagonisti delle varie vicende di violenza il vero problema mi si è palesato davanti agli occhi. Come hanno sostenuto molti, è vero che c’è un filo rosso che collega tutte le storie di violenza, ma a mio parere non si tratta dell’amore.

Quello che ho visto io è un filo rosso pesante, capace di stritolarti, a tratti offensivo per una società che si vanta di essere evoluta. Sto parlando dell’ignoranza e, mi spiace dirlo, in queste settimane l’ho vista ovunque: nei carnefici, in alcune delle vittime, nei parenti di entrambi.

Le immagini che ho visto in questi giorni, le parole che ho ascoltato, mi hanno raccontato di realtà povere, annoiate, senza alternative. Vedere degli intervistati – vittime o colpevoli che siano – che, alle porte del 2021, non riescono a costruire una frase in italiano, mi fa provare solo rabbia. Mi fa provare rabbia assistere alla sfilata dei pensieri poveri di contenuto e dei valori completamente sballati. Bisognerebbe, però, capire, con chi arrabbiarsi. C’è da prendersela con i diretti interessati? Con i genitori? Con la scuola? Con la società tutta? Bella domanda. Sicuramente l’ignoranza è l’acerrima nemica dell’istruzione. Dove c’è l’una, non c’è l’altra. E sicuramente, a mio parere, bisognerebbe rivedere un attimo l’attuale sistema educativo nazionale, verificare che tutti ne abbiano accesso e, dove necessario, portare l’istruzione sin dentro alle case, sin alle orecchie dei figli, sin alle orecchie dei genitori. Se un figlio ignora è forse perché ignora anche una madre ed è qui che devono intervenire la scuola e altre realtà con lo stesso fine educativo. Perché dove c’è istruzione, c’è conoscenza, ci sono idee, stimoli, iniziative.

Sono sicura che se qualcuno – genitore, insegnante, istituzioni o chi per loro – negli anni si fosse preoccupato di far conoscere a uno dei carnefici di Willy la bellezza di una poesia, il fascino della storia o semplicemente l’amore per il nostro pianeta e i suoi abitanti, Willy sarebbe ancora vivo.  Sono, invece, meno sicura che un mondo in cui usare il dito per tenere il segno sulla pagina di un libro piuttosto che puntarcelo contro sia ancora possibile.

Sui giovani di oggi ci si scatarra su

Sui giovani di oggi ci si scatarra su

Parlare di violenza giovanile sembra un argomento semplice: i giovani annoiati si riuniscono in gruppi all’interno dei quali sfogano i loro istinti e la loro noia a discapito di qualcuno o qualcosa, turbando la quiete pubblica e destando preoccupazione nella popolazione; la società deve porvi rimedio. Punto.

La gioventù è la fase della vita più burrascosa, intensa e frenetica della vita di tutti, è fatta di tutta una serie di “prime volte” e chiunque, ripensandola, è pervaso dalla nostalgia dei turbinii che furono, frutto di emozioni virulente, anzi violente! E l’incapacità di gestirle, come accennato altrove, deriva da mancanza di esperienze pregresse e dal naturale sviluppo del cervello, che dà un senso agli istinti prima che alle decisioni complesse.

Ma perché la violenza? E perché la provincia?

Si potrebbe provare a rispondere a questa domanda provando a dare un contesto più ampio alle prime righe di questo articolo. La violenza è la risposta più semplice e veloce che chiunque, dai bambini agli anziani, fornisce a sé stesso quando è pervaso da istinti aggressivi, frutto a loro volta, di qualcosa che è accaduto ed a cui si sente di dover porre rimedio. L’aggressività, tuttavia, è un impeto, una pulsione per dirla in psicologese: ciò significa che è qualcosa da cui non si può sfuggire, anche se ci si prova. L’aggressività ha bisogno di essere espressa e non repressa, e oltre a quanto già detto, la violenza ne costituisce il comportamento maladattivo per eccellenza: chi è violento, infatti, non è ben accetto nella società, incarnando echi arcaici di tirannia e restituendo la voglia di prendere le distanze da essa, quando assistita o subita. Infatti, il comportamento violento non è l’unica risposta all’impulso aggressivo.

Esiste un fantastico meccanismo mentale molto complesso ed evoluto che trasforma i desideri, i pensieri e gli istinti considerati inarrivabili, inaccettabili o controproducenti, in azioni pienamente soddisfacenti per chi le compie e socialmente ben viste. Questo meccanismo è la sublimazione e, in quanto complesso ed evoluto, ha bisogno di tempo perché venga acquisito e utilizzato. Si potrebbe aggiungere anche che c’è bisogno di uno spazio per accrescerlo e di una certa “educazione mentale” impartita dalla realtà in cui si vive. Con questi ultimi due termini mi riferisco alle iniziative promosse dai centri urbani e agli spazi aggregativi (palestre, associazioni sportive e culturali, centri sociali eccetera) presenti sul territorio; qui le persone hanno modo di trovare un luogo ed un mezzo con cui dare forma ai propri moti interni, all’insegna di un obiettivo comune definito. In questi luoghi, infatti, ci si aggrega per fare qualcosa (ad esempio imparare uno sport, una forma d’arte, conoscere i modi di fare degli altri, coltivare un hobby): quel fervore interno, tanto potente nei giovani, trova un contenitore che svolge una funzione superiore al semplice “imbottigliamento” tipico delle anonime piazze o bar di paese, in quanto fornisce anche uno scopo a cui poter volgere i propri impulsi, aggressività compresa. I giovani, dunque, hanno la capacità di esprimere ogni loro pensiero o istinto in modo sublime, vale a dire in una forma tale per cui anche l’istinto aggressivo si trasforma in qualcosa di diverso da un comportamento violento; come la scuola fornisce lo spazio aggregativo in cui si modellano le capacità verbali, matematiche e, più in generale, cognitive, le attività extrascolastiche dotate di uno spazio e di un contenuto permettono lo sviluppo delle abilità mentali come la sublimazione.  La realtà di provincia (di cui si può considerare parte integrante la periferia metropolitana) fornisce ben pochi spazi allo sviluppo della sublimazione perché qui le risorse sono limitate, gli spazi ancor meno e le promesse di impegnarsi a promuovere iniziative culturali e di aggregazione “a uno scopo” sono relegate a mera campagna politica che si estingue periodicamente a cadenza quinquennale.

È vero, non è solo questa la causa di molti atti violenti giovanili, ma quando la società deve porvi rimedio (vedi inizio articolo), magari potrebbe partire sublimando il pensiero, ormai consumato dalla propaganda e dagli slogan, di “togliere i ragazzi dalla strada”.